La Somalia, il petrolio e una lezione per l’Italia

imageOCTOBER 19,2013 – Moment Media Ethics – A pensare male si fa peccato ma spesso s’indovina, diceva il Divo della politica italiana. I recentissimi sviluppi in atto nel Corno d’Africa, area da sempre al centro dei – poco perseguiti – interessi strategici italiani, non sfuggono a questa osservazione.
La notizia di pochi giorni fa è che il governo somalo del presidente Hassan Sheikh Mohamud, in carica da quasi un anno, ha firmato un accordo per l’esplorazione di potenziali giacimenti petroliferi offshore e onshore con la Soma Oil and Gas Exploration, neonata compagnia britannica dal capitale sociale di appena un penny guidata da Michael Howard, leader dei Tories dal 2003 al 2005.  
La Soma condurrà un’indagine sismica a largo delle coste somale per mappare la possibile esistenza di giacimenti; in cambio dei dati ottenuti, il governo di Mogadiscio garantirà alla compagnia britannica il diritto di prelazione sui dodici blocchi più promettenti. Fin qui, potremmo pure evitare di ricorrere a qualsivoglia dietrologia. Ma se improvvisamente ci ricordassimo che il governo di Sua Maestà è, da due anni a questa parte, il principale sponsor degli sforzi di stabilizzazione della Somalia, avendo promosso due importanti conferenze di donors nel febbraio 2012 e nel maggio 2013 e un forse ancor più considerevole incontro di investitori in concomitanza con la seconda, allora un pensiero poco benevolo forse ci potrebbe pure scappare.

Il fatto che la Somalia – i cui primissimi segnali di assestamento sono ancora ben lungi dall’essere consolidati – sia al centro di una corsa all’oro nero ad altissimi rischi non deve stupire. Tra l’inizio degli anni ’80 e la caduta di Siad Barre nel 1991, varie majors internazionali (come Eni, Shell e Total) avevano messo gli occhi su alcuni potenziali giacimenti – si dice addirittura che tra le ragioni che spinsero Washington a lanciare l’operazione Restore Hope nel 1992 vi fosse la protezione dei milionari investimenti somali della Conoco.
Sempre nel 1992, un rapporto congiunto delle Nazioni unite e della Banca Mondiale sull’Africa Nord-Orientale metteva la Somalia al secondo posto dopo il Sudan come potenziale produttore regionale. Il rinnovato interesse occidentale per gli idrocarburi locali – le cui prospettive appaiono promettenti anche alla luce della contiguità geologica della Somalia con la Penisola Arabica – riemerge negli anni 2000 nella semi-autonoma e più stabile regione del Puntland.
Lì, nel 2007, l’amministrazione locale ha siglato un production sharing agreement con due piccole compagnie, la canadese Canmex (oggi Africa Oil Corp.) e l’australiana Range Resources, per l’esplorazione e lo sfruttamento di giacimenti nelle valli di Dharoor e del Nugaal. Nel marzo 2012, dopo tre mesi di trivellazioni, i due partner occidentali hanno estratto petrolio dal pozzo Shabeel-1 – le prime gocce di 300 milioni di barili potenziali, stima che arriva a 6 miliardi per l’intero Puntland.
Stesso discorso vale per un’altra regione quasi indipendente, il Somaliland, il cui governo ha già firmato due accordi con altrettante compagnie (la turca Genel Energy nel 2012 e la norvegese Dno International nel 2013). Il fatto che alcuni blocchi di esplorazione sorgano in un territorio conteso militarmente tra questa e il Puntland – la regione di Sool – non sembra aver costituito un deterrente per le varie società che si sono lanciate nell’impresa energetica somala.
Identica considerazione può essere fatta per l’ultimo rapporto del Gruppo di Monitoraggio del Consiglio di Sicurezza Onu sulle sanzioni a Eritrea e Somalia, che avverte come l’interesse delle compagnie occidentali per le risorse petrolifere somale possa innescare pericolose spirali di violenza in un contesto estremamente delicato.
La firma dell’accordo tra Mogadiscio e la Soma rischia di completare un quadro già di per se’ incerto ed esposto a rischi. La Somalia è ben lungi dall’essere un paese pacificato, pur tenendo conto degli innegabili progressi sul fronte della sicurezza che hanno permesso un precario ritorno alla normalità nella capitale somala e il rientro di molti membri della diaspora.
Nonostante la caduta del loro bastione di Chisimaio nell’ottobre dello scorso anno, i jihadisti di Al-Shabaab hanno ancora molte basi nella parte centro-meridionale del paese, e solo la missione dell’Unione Africana e delle Nazioni Unite Amisom e gli interventi dei droni statunitensi tengono in vita una fragile sacca di sicurezza che sta permettendo il riaffacciarsi della Somalia sullo scenario internazionale.
Al determinante fattore sicurezza si unisce quello istituzionale, oggi ai limiti della disintegrazione. Appare chiaro come la scelta del presidente Mohamud di siglare l’accordo con la compagnia dell’ex leader Tory sia dettata dalla necessità di far sentire la voce di Mogadiscio sulle autorità di Somaliland e Puntland – quasi un richiamo all’ordine su realtà di fatto indipendenti e con maggiore potenziale di attrarre gli investimenti esteri.
Ciò non deve però far dimenticare come l’accordo con la Soma arrivi in assenza di una legge organica che regoli il settore energetico somalo e – soprattutto – la divisione delle competenze e dei profitti con i governi autonomi. E se c’è qualcosa che la continua querelle petrolifera tra il governo di Baghdad e quello del Kurdistan iracheno può insegnare alle compagnie petrolifere, soprattutto alle più spericolate, è che lavorare in contesti istituzionalmente instabili e a forti tendenze centrifughe può costituire un rischio economico tanto quanto per la sicurezza.
È lecito ritenere che dietro l’attenzione di Londra alla ricostruzione politica ed economica della Somalia vi sia un forte interesse commerciale per gli idrocarburi di cui il paese africano parrebbe essere ricco. E le perplessità possono solo aumentare al pensiero che il governo di Mogadiscio abbia firmato il suo primo accordo petrolifero post-1991 con una compagnia guidata da un uomo politico particolarmente vicino all’attuale primo ministro britannico – David Cameron iniziò la propria carriera come consigliere di Howard all’Home Office, e fu proprio quest’ultimo a spianargli la strada alla sua successione come leader dei Conservatori nel 2005.
Ma, pur lasciando da parte pensieri malevoli e considerazioni abbastanza scontate su quanto un’improvvisata corsa al petrolio possa nuocere agli sforzi per normalizzare uno stato fallito come la Somalia, non si può non riflettere su quanto sia naïve non ritenere la cooperazione allo sviluppo uno dei più importanti strumenti di proiezione degli interessi strategici di un paese nel mondo.
Oggi, la Gran Bretagna sta occupando una scena che molti potrebbero pensare più congeniale all’Italia per motivi storici, culturali e strategici. Purtroppo, la prevalenza della politics sulle policies che caratterizza la proiezione internazionale di Roma, unita ad una mancanza di visione di lungo periodo sul nostro ruolo nel mondo, ha fatto sì che l’Italia perdesse anche questa occasione. A pensare male si fa sicuramente peccato, ma a volte s’impara qualcosa.
Ma non tutto è perduto pe l’Italia se solo si avrà il coraggio di aprire gli occhi attualmente foderati dalle incompetenze dei burocrati e dei carrieristi. E’ chiaro che il Somalilnd ormai ha chiuso le porte in faccia a qualsiasi condizione che lo ponga a rinunciare alla sua sovranità assoluta e non tornerà indietro. Alla stessa stregua porta ad ergersi il Puntland. La questione è particolamente pericolosa in quanto vasti giacimenti sono localizzari a cavallo del confine tra i due stati: quello recentemente acquisito dopo la guerra tra le due entià regionali. Al governo centrale della Somalia non rimangono che le riserve di idrocarburi al largo delle coste meridionali: quegli stessi giacimenti su cui ha messo gli occhi il goveno del Kenia aprendo un sicuro contenzioso con la Somalia. E la nostra compagnia petrolifera con chi ha stretto contratti per un eventuale possibile sfruttamento? Naturalmente con la meno probabile delle possibilità e quella che dà maggiori incertezze. Cioè col Kenia: in un’area contesa, ancora completamente da esplorare.
La Somalia ha invero altre potenzialità ancora tenute nascoste. Ma chi glie lo va a dire ai soloni del Ministero degli Estei e le Compagnie. Hanno tutti scarsa visione strategica, scarsissime informazioni sulla situazione e sulle condizioni. Persone incapaci di raccogliere dati, interpretarli e ancor meno presentare valutazioni chiare, intelligenti, aderenti: raccolgono ciò che lasciano trapelare altri servizi, peraltro molte volte errate e fuorvianti….

Moment Research Consultancy

Advertisements

Leave a comment

No comments yet.

Comments RSS TrackBack Identifier URI

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s